Il caldo sta lentamente allentando la sua morsa, quando mancano solo 18 giorni alla CCC ultima sfida della stagione.
Sarà il terzo tentativo di raggiungere il fatidico numero 100, segno di chissà quale irrazionale svolta.
Si accavallano anche progetti interessantissimi, che vedono concretizzarsi piano piano la Via degli Dei (Bologna-Firenze), questa volta non in solitaria, ma accompagnato da mia moglie.
Come dicevo all'inizio dell'anno, passione ed ispirazione saranno il motore delle mie esperienze... ho notato che quando questi due sostantivi si concretizzano, il trasporto diventa irrefrenabile.
Quella vena di pazzia che scorre nella mente bacata di altri ultra trailer è stata uno spunto per Mariagrazia anche solo per provare l'emozione di sfidare un qualcosa di intangibile, qualcosa che può sembrare, anche nella mente di chi la progetta, un'impresa.
Lasciamo che tutto giri bene, le gambe, i pensieri e avviciniamoci a questa gara sacra che fa battere il cuore a migliaia di appassionati, la CCC, del circuito dell'Ultra Trail del Monte Bianco.
E poi arriverà il resto.
lunedì 12 agosto 2013
martedì 30 luglio 2013
Pensieri da SudTirolUltraRace
Ritorno dopo un periodo di assenza dal blog. Quest'estate altalenante ha fatto vacillare il mio approccio alla corsa. Sono andato "fuori sentiero" per un attimo, una traiettoria che si è poi corretta con la SudTirol Ultra Race.
Mi arriva una mail, imprevista, dalla redazione di Soul Running/Distance Plus che mi comunica di aver conseguito il primo posto nella classifica del Virtual trail Championship, che mi consente di partecipare alla SudTirol Ultra Race, gara di 121 Km sui monti Sarentini.
La gara, durissima e mal organizzata, mi conduce ad un ritiro intorno al sessantesimo Km, a passo Pennes. La gamba c'era ancora, ma il tratto molto tecnico che mi aspettava nei chilometri successivi l'avrei dovuto affrontare al crepuscolo, forse di notte... inutile rischiare, avevo già appreso molto da quella gara.
Sopra tutto l'emozione che è rimasta nel cuore assieme ai paesaggi stupendi che mi si sono schiusi davanti con le prime luci di un'alba infuocata. Un paesaggio da film che non avrei neppure potuto immaginare.
Una stella cadente appena oltre il crinale solca il cielo purpureo. La rugiada accompagna le salite e discese sui prati, mentre la dura roccia affiora dai sentieri quasi costantemente sopra i 2000 metri. Tanti passaggi da fare con attenzione, splendidi scorci sulle dolomiti, l'alternarsi di figure che come me stanno vivendo la montagna in questo modo tanto estremo quanto naturale.
Contare solo su se stessi qui non basta, serve cuore. Serve sentirsi una cosa sola con l'ambiente che ti circonda, per non farsi spaventare, per riuscire a trovare la forza di andare avanti.
Perso in un mondo che non si può spiegare, realizzo l'inafferrabilità delle sensazioni e delle motivazioni che mi spingono ad affrontare queste imprese. Lassù la concretezza domina qualsiasi altra cosa, traccia la linea di separazione tra il fermarsi e l'andare avanti, scrive parole di fuoco nella mente e riempe di emozioni il cuore.
Ed ancora una volta, condividere è tutto. Non fuggire, non isolarsi, ma vivere. Vivere emozioni, sentimenti, che si attaccano alla pelle e bruciano come i raggi del sole del mezzogiorno.
Il concetto di condivisione che intendo trascende i limiti imposti dalla fisicità. Non conta più essere vicini o lontani, o l'aver percepito davvero il "cosa". Si condivide con il cuore, unendo diversi modi di leggere la stessa realtà che viviamo.
Perchè non conta tanto cosa stai vivendo, ma come lo stai vivendo.
E così ringrazio Mariagrazia per aver saputo stare sempre con me: di notte, in salita, in discesa, nei momenti di crisi con un sorriso e nei momenti di esaltazione con un silenzio contemplativo che colmava i km di distanza.
Ringrazio Hariken per avere in se la purezza che solo un gatto può avere, quella di fidarsi ciecamente della sua famiglia e di comunicarlo con uno sguardo lungo una frazione di secondo.
Ringrazio Luca per avermi dato tantissimi spunti e motivazioni per arrivare qui, per avermi trasmesso un insieme di concetti che hanno permesso di creare la mia visione definitiva. Lassù, sulle cime 1 e 2, non ci sono arrivato. Rimarranno solo quelle che abbiamo fatto assieme in un pomeriggio di ordinaria follia.
Ringrazio Eleonora, con la quale ho percorso molti chilometri, accelerando quando pensavo di non poter stare in piedi, attraversando vallate infinite solo perchè ci andava di farlo, perchè stavamo vivendo quel momento. Il Radler mi ricorderà quelle ore trascorse assieme a viaggiare su sentieri che attraversavano esperienze e progetti, mentre lei dettava il passo in discesa ed io in salita.
Ringrazio Giovanna, perchè ora corro per me stesso, perchè amo farlo e amo la montagna. Perchè quando arrivo su di una cima mi guardo intorno e vivo quello che mi circonda, senza scappare da nulla nè rincorrere nessuno.
Altri andrebbero ringraziati, ma qui si parla di Sud Tirol e di un momento particolare, mi limito al caso specifico.
Sulla scia di queste emozioni si riparte, sono sensazioni troppo belle per non essere rivissute, i sentieri mi aspettano!
Mi arriva una mail, imprevista, dalla redazione di Soul Running/Distance Plus che mi comunica di aver conseguito il primo posto nella classifica del Virtual trail Championship, che mi consente di partecipare alla SudTirol Ultra Race, gara di 121 Km sui monti Sarentini.
La gara, durissima e mal organizzata, mi conduce ad un ritiro intorno al sessantesimo Km, a passo Pennes. La gamba c'era ancora, ma il tratto molto tecnico che mi aspettava nei chilometri successivi l'avrei dovuto affrontare al crepuscolo, forse di notte... inutile rischiare, avevo già appreso molto da quella gara.
Sopra tutto l'emozione che è rimasta nel cuore assieme ai paesaggi stupendi che mi si sono schiusi davanti con le prime luci di un'alba infuocata. Un paesaggio da film che non avrei neppure potuto immaginare.
Una stella cadente appena oltre il crinale solca il cielo purpureo. La rugiada accompagna le salite e discese sui prati, mentre la dura roccia affiora dai sentieri quasi costantemente sopra i 2000 metri. Tanti passaggi da fare con attenzione, splendidi scorci sulle dolomiti, l'alternarsi di figure che come me stanno vivendo la montagna in questo modo tanto estremo quanto naturale.
Contare solo su se stessi qui non basta, serve cuore. Serve sentirsi una cosa sola con l'ambiente che ti circonda, per non farsi spaventare, per riuscire a trovare la forza di andare avanti.
Perso in un mondo che non si può spiegare, realizzo l'inafferrabilità delle sensazioni e delle motivazioni che mi spingono ad affrontare queste imprese. Lassù la concretezza domina qualsiasi altra cosa, traccia la linea di separazione tra il fermarsi e l'andare avanti, scrive parole di fuoco nella mente e riempe di emozioni il cuore.
Ed ancora una volta, condividere è tutto. Non fuggire, non isolarsi, ma vivere. Vivere emozioni, sentimenti, che si attaccano alla pelle e bruciano come i raggi del sole del mezzogiorno.
Il concetto di condivisione che intendo trascende i limiti imposti dalla fisicità. Non conta più essere vicini o lontani, o l'aver percepito davvero il "cosa". Si condivide con il cuore, unendo diversi modi di leggere la stessa realtà che viviamo.
Perchè non conta tanto cosa stai vivendo, ma come lo stai vivendo.
E così ringrazio Mariagrazia per aver saputo stare sempre con me: di notte, in salita, in discesa, nei momenti di crisi con un sorriso e nei momenti di esaltazione con un silenzio contemplativo che colmava i km di distanza.
Ringrazio Hariken per avere in se la purezza che solo un gatto può avere, quella di fidarsi ciecamente della sua famiglia e di comunicarlo con uno sguardo lungo una frazione di secondo.
Ringrazio Luca per avermi dato tantissimi spunti e motivazioni per arrivare qui, per avermi trasmesso un insieme di concetti che hanno permesso di creare la mia visione definitiva. Lassù, sulle cime 1 e 2, non ci sono arrivato. Rimarranno solo quelle che abbiamo fatto assieme in un pomeriggio di ordinaria follia.
Ringrazio Eleonora, con la quale ho percorso molti chilometri, accelerando quando pensavo di non poter stare in piedi, attraversando vallate infinite solo perchè ci andava di farlo, perchè stavamo vivendo quel momento. Il Radler mi ricorderà quelle ore trascorse assieme a viaggiare su sentieri che attraversavano esperienze e progetti, mentre lei dettava il passo in discesa ed io in salita.
Ringrazio Giovanna, perchè ora corro per me stesso, perchè amo farlo e amo la montagna. Perchè quando arrivo su di una cima mi guardo intorno e vivo quello che mi circonda, senza scappare da nulla nè rincorrere nessuno.
Altri andrebbero ringraziati, ma qui si parla di Sud Tirol e di un momento particolare, mi limito al caso specifico.
Sulla scia di queste emozioni si riparte, sono sensazioni troppo belle per non essere rivissute, i sentieri mi aspettano!
venerdì 7 giugno 2013
Rotture di palle e sconfitte.
Mi rendo conto che le cronache delle gare iniziano a rompermi un pò le palle, anche e soprattutto quando le stesse sono scritte dal sottoscritto e riguardano gare alle quali ho partecipato.
Guardo il calendario e mi accorgo di averci messo quasi 3 settimane a digerire mentalmente la Abbots Way, ora riesco a guardare avanti.
Così come in gara la fatica a mio avviso aiuta a pensare meglio, allo stesso modo dopo la gara la cortina fumogena formata dall'insieme di sensazioni complesse legate allo sforzo tende a velare lo sguardo, impedendo di guardare con chiarezza al futuro.
Serve pazienza, e non mi manca.
Il ritiro in una competizione lascia sempre l'amaro in bocca specie se, come nel mio caso, la competizione è contro me stesso. Si possono sempre trovare mille scusanti e motivazioni plausibili, ma la realtà è che un ritiro è sempre una sconfitta.
L'accezione del termine sconfitta tipicamente è negativo. Per quanto mi riguarda non penso di poter "vincere" in eterno. Sono sicuro che altre sconfitte mi attenderanno nella vita. Credo che l'importante sia capirne le motivazioni e trarne un insegnamento che mi possa migliorare in qualche modo.
Così, ora che le nebbie della Abbots si sono dissipate, mi appaiono davanti un insieme di sentieri che si perdono lontano all'orizzonte, tanto stimolanti quanto imperscrutabili.
Ripetevo sempre: "Esisterà un'era pre Abbots ed un'era post Abbots". Così è stato. Le cose forse non sono cambiate, sono cambiate però le percezioni, le chiavi di lettura e, quindi, l'approccio alla medesima realtà ora è mutato.
Una visione estremamente critica si è autoalimentata nella mia mente, che con il passare delle ore va a demolire architetture complesse per riportare in primo piano la semplicità della sostanza.
Quella semplicità che, di questi tempi, mi porta a correre nel bosco la sera, tra le braccia degli ultimi raggi di sole della giornata.
Guardo il calendario e mi accorgo di averci messo quasi 3 settimane a digerire mentalmente la Abbots Way, ora riesco a guardare avanti.
Così come in gara la fatica a mio avviso aiuta a pensare meglio, allo stesso modo dopo la gara la cortina fumogena formata dall'insieme di sensazioni complesse legate allo sforzo tende a velare lo sguardo, impedendo di guardare con chiarezza al futuro.
Serve pazienza, e non mi manca.
Il ritiro in una competizione lascia sempre l'amaro in bocca specie se, come nel mio caso, la competizione è contro me stesso. Si possono sempre trovare mille scusanti e motivazioni plausibili, ma la realtà è che un ritiro è sempre una sconfitta.
L'accezione del termine sconfitta tipicamente è negativo. Per quanto mi riguarda non penso di poter "vincere" in eterno. Sono sicuro che altre sconfitte mi attenderanno nella vita. Credo che l'importante sia capirne le motivazioni e trarne un insegnamento che mi possa migliorare in qualche modo.
Così, ora che le nebbie della Abbots si sono dissipate, mi appaiono davanti un insieme di sentieri che si perdono lontano all'orizzonte, tanto stimolanti quanto imperscrutabili.
Ripetevo sempre: "Esisterà un'era pre Abbots ed un'era post Abbots". Così è stato. Le cose forse non sono cambiate, sono cambiate però le percezioni, le chiavi di lettura e, quindi, l'approccio alla medesima realtà ora è mutato.
Una visione estremamente critica si è autoalimentata nella mia mente, che con il passare delle ore va a demolire architetture complesse per riportare in primo piano la semplicità della sostanza.
Quella semplicità che, di questi tempi, mi porta a correre nel bosco la sera, tra le braccia degli ultimi raggi di sole della giornata.
martedì 28 maggio 2013
4 Maggio 2013 - Abbots Way - Cronaca di un ritiro
Una gara che inizia il giorno prima, con il trasferimento in treno Bologna-Parma-Pontremoli ed il pernottamento nel castello della medesima località, dove faccio conoscenza con altri trailer, Andrea, Jonathan e Uwe (spero di aver indovinato lo spelling), con i quali condivido la stanza.
Durante la notte il sonno è piuttosto spezzettato, la tensione si fa sentire, ma riesco sempre a riaddormentarmi in fretta fino a che arrivano le prime luci dell'alba a decretare definitivamente la fine del riposo.
Ci vestiamo, verifichiamo rapidamente i nostri zaini e poi ci dirigiamo a portare le borse verso le navette dirette a Bardi (ristoro di metà gara) e a Bobbio, l'arrivo.
Dopo una colazione al bar ci uniamo al gruppo di trailer in attesa del segnale di partenza, nella piazza del comune di Pontremoli, dalla quale alle otto in punto prendiamo il via.
La distanza è veramente ciclopica, 125 km sono difficili da visualizzare mentalmente, quindi parto con il freno a mano tirato, cercando di economizzare da subito le energie, rinunciando alla corsa appena il fiato inizia anche solo a farsi più corto.
La prima ascesa che affrontiamo è quella verso Borgallo, lascio andare avanti i compagni di stanza e cerco di proseguire con il mio passo. In salita raggiungo e ripasso Uwe, prima di lanciarmi giù dalla discesa verso Borgotaro dove riesco a riprendere anche Jonathan, assieme al quale raggiungiamo il ristoro. Il caldo intanto si fa sentire pesantemente, soprattutto nei tratti su asfalto, dove non abbiamo la protezione delle fronde degli alberi.
Al ristoro beviamo e mangiamo prima di ripartire verso i restanti 92 km mancanti all'arrivo. Mi accorgo di aver distrutto la calza sinistra, fortunatamente nella borsa-cambio ha Bardi ho quelli di ricambio.
Dopo un tratto pianeggiante su asfalto, la strada si impenna, verso Pradetto. La prima rampa è terrificante , il sole mi devasta e le forze sembrano finire di colpo. Mi trovo seduto su di un sasso a cercare le energie per ripartire. La sensazione è strana, è come se le gambe si rifiutassero di andare avanti. Jonathan procede giustamente con il suo passo, mi bagno per bene la testa e bevo prima di ripartire. Dopo qualche chilometro, passato il tratto più impervio della salita, le gambe riprendono a girare e riprendo un pò di ottimismo dopo il black-out.
I chilometri si susseguono fino a quando, intorno al 50° chilometro, ho un altro black out, sempre su uno strappo assassino. Stessa scena, seduto su di un sasso, bevo mangio e appena riprese le energie riparto. Con estrema fatica riesco a passare gli strappi mortali prima di Bardi e arrivo in anticipo rispetto ai cancelli al ristoro del 65° chilometro. Durante l'ultimo tratto con Uwe facciamo l'elastico, anche lui in crisi, con qualche problema di stomaco e la sensazione di vomito costante.
L'idea è quella di ripartire, appena riprese le energie, dopo una lavata rigenerante e, nel mio caso, un cambio di calze.
Qui finisce la mia Abbots way, nel rimettere le scarpe vengo colpito da un attacco di crampi mai provato prima in vita mia, i polpacci fremono scossi da fitte di dolore intense.. e per rimettere le mie cascadia ci impiego quasi mezz'ora...
Non me la sento di inoltrarmi di notte, nel bosco, per altri 60 chilometri in quelle condizioni. La voglia è tanta, ma la ragione prevale e li mi fermo.
Durante la notte il sonno è piuttosto spezzettato, la tensione si fa sentire, ma riesco sempre a riaddormentarmi in fretta fino a che arrivano le prime luci dell'alba a decretare definitivamente la fine del riposo.
Ci vestiamo, verifichiamo rapidamente i nostri zaini e poi ci dirigiamo a portare le borse verso le navette dirette a Bardi (ristoro di metà gara) e a Bobbio, l'arrivo.
Dopo una colazione al bar ci uniamo al gruppo di trailer in attesa del segnale di partenza, nella piazza del comune di Pontremoli, dalla quale alle otto in punto prendiamo il via.
La distanza è veramente ciclopica, 125 km sono difficili da visualizzare mentalmente, quindi parto con il freno a mano tirato, cercando di economizzare da subito le energie, rinunciando alla corsa appena il fiato inizia anche solo a farsi più corto.
La prima ascesa che affrontiamo è quella verso Borgallo, lascio andare avanti i compagni di stanza e cerco di proseguire con il mio passo. In salita raggiungo e ripasso Uwe, prima di lanciarmi giù dalla discesa verso Borgotaro dove riesco a riprendere anche Jonathan, assieme al quale raggiungiamo il ristoro. Il caldo intanto si fa sentire pesantemente, soprattutto nei tratti su asfalto, dove non abbiamo la protezione delle fronde degli alberi.
Al ristoro beviamo e mangiamo prima di ripartire verso i restanti 92 km mancanti all'arrivo. Mi accorgo di aver distrutto la calza sinistra, fortunatamente nella borsa-cambio ha Bardi ho quelli di ricambio.
Dopo un tratto pianeggiante su asfalto, la strada si impenna, verso Pradetto. La prima rampa è terrificante , il sole mi devasta e le forze sembrano finire di colpo. Mi trovo seduto su di un sasso a cercare le energie per ripartire. La sensazione è strana, è come se le gambe si rifiutassero di andare avanti. Jonathan procede giustamente con il suo passo, mi bagno per bene la testa e bevo prima di ripartire. Dopo qualche chilometro, passato il tratto più impervio della salita, le gambe riprendono a girare e riprendo un pò di ottimismo dopo il black-out.
I chilometri si susseguono fino a quando, intorno al 50° chilometro, ho un altro black out, sempre su uno strappo assassino. Stessa scena, seduto su di un sasso, bevo mangio e appena riprese le energie riparto. Con estrema fatica riesco a passare gli strappi mortali prima di Bardi e arrivo in anticipo rispetto ai cancelli al ristoro del 65° chilometro. Durante l'ultimo tratto con Uwe facciamo l'elastico, anche lui in crisi, con qualche problema di stomaco e la sensazione di vomito costante.
L'idea è quella di ripartire, appena riprese le energie, dopo una lavata rigenerante e, nel mio caso, un cambio di calze.
Qui finisce la mia Abbots way, nel rimettere le scarpe vengo colpito da un attacco di crampi mai provato prima in vita mia, i polpacci fremono scossi da fitte di dolore intense.. e per rimettere le mie cascadia ci impiego quasi mezz'ora...
Non me la sento di inoltrarmi di notte, nel bosco, per altri 60 chilometri in quelle condizioni. La voglia è tanta, ma la ragione prevale e li mi fermo.
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